sabato 9 maggio 2015

Nicoletta e Tahar

[Campania. Piana del Sele]






















Piana del Sele, Eboli. La casa tra le serre è in fondo, non la vedi. Salone grande, nella miglior tradizione araba e contadina. “La casa è del padrone, ma ce la dà gratis”. Nicoletta, rumena di 35 anni; Tahar, marocchino della stessa età; Ianira, 2 anni, italiana rumena, marocchina, figlia di una nuova generazione di incroci e di innesti; Ahmed, maratoneta fratello di Tahar e le sue coppe. Nel salone si sta tutti insieme. Il caffè è pronto, il the è sul fuoco, con i pop corn. “Tanti, perché a Tahar piacciono tanto”. Nicoletta sembra avere già la gobba, sotto la casacca di ciniglia rosa. Otto anni nelle serre a cogliere cipolle, angurie, meloni e fragole insieme a tante donne, anche italiane. “Sono signore che abitano nei paesi vicini. A volte hanno più di cinquant’anni e tornano a lavorare per mettere da parte i contributi per la pensione minima”. I pop corn nella padella saltano come ragazzini su un trampolino elastico. Nicoletta poggia le mani sul tavolo per aiutare il corpo a mettersi in posizione eretta e si avvicina ai fornelli, sistemando la stoffa che le cinge il capo. Tahar è fuori per una sigaretta. È il momento delle confidenze. “Ho lasciato un figlio di 13 anni in Romania. Mio marito non lavorava e mi picchiava. Qui sono venuta io a lavorare, in campagna”, racconta con la erre morbida dei paesi dell’Est. La voce è soffusa, gli occhi controllano l’uscio. “Con Tahar ho iniziato a fare il ramadan, non mangio più maiale e non bevo alcolici. Ma il velo in testa è faticoso da portare”. Nicoletta nasconde un ciuffo di capelli sotto la stoffa mentre i pop corn cadono leggeri in una ciotola. Tahar entra nella stanza e si siede attorno al tavolo. Trattorista e custode dell’azienda. “Soprattutto del gasolio in magazzino, che rischia sempre di essere rubato”, spiega affondando una mano tra i caldi chicchi di grano esplosi. “Ho più di 365 giorni di lavoro l’anno, contando gli straordinari. Ma pagano 30 euro al giorno e mi versano solo 120 giornate”. Lavoro grigio: buste paga regolari ma i lavoratori sono impiegati il doppio del tempo a metà prezzo. “Sono dodici anni che vivo e lavoro in Italia. Qui è sempre stato cosi”. Gli affari si fanno falsificando le carte, sfruttando uomini e piante, dopando il sistema. Dentro casa, Tahar e Nicoletta. Fuori, le piante di fragole che, per tutto l’anno, ogni dieci giorni abortiscono frutti. “A volte sono mezze rosse e mezze verdi perché spruzziamo dei prodotti chimici per farle nascere e crescere velocemente ma poi, se non c’è richiesta, mettiamo un altro prodotto per bloccarne l’invecchiamento”. Sorride il giovane uomo che quando lavora non usa nemmeno maschera e guanti. “Quando spruzzi alcuni prodotti non potresti avvicinarti alle serre per almeno sette giorni ma se il mercato lo richiede il padrone le fa raccogliere anche il giorno dopo”. I pop corn sono finiti. Usciamo di casa. Tahar apre il magazzino. In un angolo, bottiglie e contenitori di plastica. “Questi non sono prodotti troppo cattivi. Quelli brutti si comprano a Napoli perché sono illegali. Tipo il DDT.” Il sale dei pop corn brucia gli angoli della bocca quando ci sono delle piccole ferite. “Ci siamo visti a Santa Cecilia, qualche giorno fa. Ho dovuto portare le mie donne lontano da casa. Qui stavano dando fuoco alle confezioni di quella roba perché se ne perdesse traccia”.